Testo inviato ai candidati alla segreteria nazionale Pd

 Il Congresso del PD è un’occasione da non perdere affinché la visione delle donne possa vivere con piena cittadinanza nel nostro impianto politico e programmatico.
Ed in un Paese come l’Italia, saldamente collocato agli ultimi posti in Europa nelle graduatorie sulla presenza femminile nella sfera pubblica, dove i livelli di occupazione sono fermi al 46,8% e le classi dirigenti sono prevalentemente maschili, assumere il punto di vista delle donne significa guardare con radicalità alla politica, al lavoro, all’economia.

Basterebbe partire da quei dati OCSE che descrivono l’aumento del divario di genere in Italia, per misurare l’urgenza di un’idea altra e diversa della politica e del Paese, alternativa a quella individualista e liberista che dall’economia ha messo radici nella società, alimentando diseguaglianze e disoccupazione.

 

Occupando le piazze del 13 febbraio abbiamo creduto che un cambiamento fosse possibile e che la crescita e la modernizzazione dell'Italia passassero attraverso la dignità ed i diritti delle donne.

Abbiamo dato vita alla Conferenza delle Democratiche, convinte che per uscire da una crisi profondamente segnata da una concezione personalistica e proprietaria del potere e delle istituzioni fosse necessario scommettere su un grande partito popolare di donne e di uomini, forte di storie, culture e generazioni.

Abbiamo assunto la democrazia paritaria non come “quota rosa” ma come condizione essenziale per ricostruire il nostro sistema politico e le istituzioni, perché nessuna democrazia può dirsi veramente compiuta senza le donne e perché presupposto della condivisione del potere pubblico e delle responsabilità private è una rivoluzione nella mentalità, nella cultura, nel modo in cui il potere è oggi distribuito e il lavoro organizzato.

Questo, del resto, è stato anche il fondamento della battaglia per la doppia preferenza che abbiamo condotto in tante regioni e in tanti comuni. Se questo Parlamento è quello con la maggiore presenza femminile nella storia della Repubblica è anche grazie alla nostra battaglia politica.

Eppure di questi temi non si è discusso molto durante il congresso, come sappiamo non ci sono candidate alla segreteria nazionale del Pd, la maggior parte dei ruoli di leadership nelle province sono rimasti in mano maschile. Spesso le regole che ci siamo dati vivono su un piano meramente formale o burocratico.

Allora vorremmo porre alcune questioni, indicare alcuni elementi di discussione ad uomini e donne ed in particolare ai candidati.

A destra, la cosiddetta leadership carismatica si circonda di donne a cui viene attribuito il ruolo della difesa del capo e di cattura del consenso nei confronti dell’opinione pubblica. Quanto di quel modello è stato introiettato anche da noi? Quante volte siamo considerate utili portatrici d’acqua, fedeli alleate, o relegate in alcuni ruoli considerati tradizionalmente femminili, oppure selezionate in quanto "esterne" alla politica?

Questo è un tema su cui devono interrogarsi in primo luogo gli uomini, il loro modo di intendere la vita e la battaglia politica, la loro concezione della leadership.

Noi ci aspettiamo che una nuova classe dirigente sia in grado di stabilire relazioni paritarie con le donne che esercitano responsabilità a tanti livelli, di condividere davvero i ruoli di direzione politica, di riconoscere e valorizzare la differenza femminile. Siamo davvero tutti convinti del fatto che investire sul lavoro femminile, in politiche contro la violenza, nella riforma di un welfare familista ed arretrato, nella piena attuazione della legge 194, nella modifica della legge 40, in una legge elettorale che contenga regole per la parità, nel riconoscimento dei diritti umani delle donne, serva alle donne ma rappresenti un salto di civiltà complessivo nelle relazioni sociali e politiche del paese? Che se uomini e donne condividono la responsabilità della sfera pubblica la proposta che rivolgono al Paese e' più avanzata e moderna? E che se questa sfida coincide con quella della modernizzazione del Paese allora anche la nostra azione al governo deve essere più riconoscibile ed incisiva? Quanta parte della nostra arretratezza è legata alla marginalizzazione della forza femminile e deve dunque essere contrastata con politiche pubbliche? Dobbiamo insieme cercare le risposte alla crisi che stiamo vivendo, per costruire un'altra idea delle relazioni umane e sociali, del lavoro, dello sviluppo. Un'altra idea dell'Italia e dell'Europa. La libertà e l'autonomia delle donne è un'occasione di libertà per tutti.

In secondo luogo, una piena cittadinanza femminile è davvero possibile solo in un partito governato da regole che assicurino diritti e doveri, che promuovano competenze ed esperienze, che abbia sedi trasparenti di decisione e selezione della classi dirigenti. Un partito dove si possa essere valutati e valutate per le proprie capacità e non per la fedeltà ad un capo. Dove possano essere bandite le due facce della stessa medaglia: cooptazione e competizione sfrenata per le preferenze.

Troppo spesso l'appartenenza ad una cosiddetta corrente ha prevalso sulla costruzione di un percorso autonomo femminile; troppo spesso noi stesse non abbiamo dato forza alle parole autonomia, relazione, generosità, che sono il presupposto affinché ciascuna si possa mettere in gioco individualmente senza ricalcare modelli maschili o stereotipi antichi. Un percorso politico delle donne può darsi solo in un partito concepito come una comunità, ed allora per rilanciare la forza di una presenza femminile mai così numerosa servono scelte coraggiose ed innovative, anche dal punto di vista delle regole, che impediscano un partito costruito come un comitato elettorale o come una pura somma di correnti.

Serve un partito "sociale" e non un semplice aggregato elettorale. Che eserciti la propria autonomia, anche dai livelli istituzionali o dai ruoli di governo, che sappia farsi parte rappresentando e orientando bisogni ed istanze delle parti più deboli della società, che discuta di proposte e non solo di ruoli di comando, che protegga e difenda la propria autonomia perché ha chiaro da che parte sta. In un Paese come il nostro che non riconosce le madri ma solo i padri della patria riconoscere genealogie femminili significa far vivere una rigenerazione di passioni ed un nuovo sentimento di comunità e di appartenenza, a cui tanto, tantissimo, può contribuire la funzione civilizzatrice della presenza delle donne. Per questo, vogliamo rinnovare e rilanciare la Conferenza delle democratiche, che è un luogo strategico per il nostro progetto comune. Per questo ci aspettiamo che nella nuova fase che si apre, il Pd si affermi davvero come un partito di donne e di uomini, in primo luogo applicando le regole sulla parità che ci siamo dati per rinnovare gli organismi di direzione politica, dalle liste per l'assemblea nazionale fino alle segreterie a tutti i livelli, considerandole uno strumento indispensabile per ricostruire un legame positivo con la società italiana.

Si tratta di scelte di campo. Se sapremo compierle daremo davvero una mano al Paese a ad uscire dalla crisi nella quale siamo da troppo tempo e a guardare con fiducia e speranza al futuro.

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camusso e bersani a napoli 18 febbraio 2012 dalle donne democrartiche
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