Per raggiungere l’uguaglianza di genere l’Europa è ancora a metà del cammino

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L’adesione al Pse (Partito del socialismo europeo), che il voto della direzione sancirà oggi pomeriggio, è un passaggio importante per il Partito democratico e per la sua identità di forza progressista ancorata nel campo dei socialisti europei.

  Portiamo in dote l’originalità della nostra esperienza in cui abbiamo unito le storie del cattolicesimo democratico e della sinistra riformatrice ed ampliamo il nostro orizzonte scegliendo con chiarezza un’appartenenza in ambito europeo, laddove con sempre maggiore evidenza le scelte vengono compiute.

La scelta del sostegno alla candidatura di Schulz è un’occasione da non perdere, perché configura la possibilità di definire il profilo del Pse come un vero e proprio soggetto politico oltre che come una somma di partiti nazionali. La sfida di una svolta alle politiche europee e degli Stati uniti d’Europa non può essere raccolta se non si rafforza un soggetto politico all’altezza di questa dimensione, in grado di porre il tema del superamento delle politiche di austerità e dell’impostazione neoliberista che tanto hanno contribuito a creare ed alimentare la crisi economica e sociale: solo la costruzione di un vero partito continentale può perseguire il sogno di un’Europa politica, contrastando il populismo e consolidando le istituzioni ed i processi democratici.

La nostra adesione serve per imprimere una spinta in questa direzione e per preparare la campagna elettorale per le europee, rendendo chiare le diverse opzioni in campo. Ed è importante che le donne siano nel cuore di questa discussione e siano protagoniste dell’impostazione della nuova fase che chiediamo per il nostro continente, perché la crisi ha colpito pesantemente le donne in tanti paesi europei, calando, in alcune situazioni, su contesti già difficili.

L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige) il 13 giugno 2013 ha pubblicato il primo rapporto sull’indice dell’uguaglianza di genere, frutto di tre anni di lavoro. Per la prima volta è stato elaborato un indicatore delle disparità di genere nell’Unione europea e nei singoli Stati membri.L’indice, che prende in considerazione sei diversi settori (Lavoro, Denaro, Conoscenza, Tempo, Potere e Salute), ha un valore tra 1 e 100, dove 1 indica un’assoluta disparità di genere e 100 segna il raggiungimento della piena uguaglianza di genere.

Nonostante più di 50 anni di politiche per l’uguaglianza di genere a livello europeo, il rapporto mostra come le disparità risultino ancora prevalenti nell’Unione europea. Con un indice medio di 54.0, l’Unione europea è ancora a metà nel cammino per raggiungere l’uguaglianza. Un dato significativo è la fortissima differenza tra gli indici dei singoli Stati membri.

Particolarmente negativa è la posizione dell’Italia, che con un indice di 40.9 si attesta al 23° posto su 27 Stati membri, a parità con la Slovacchia e sopra solo alla Grecia, Bulgaria e Romania. In cima alla graduatoria spiccano i Paesi scandinavi, con valori superiori a 70, mentre il Regno Unito ha un indice di 60.4, la Francia di 57.1, la Spagna di 54.0 e la Germania di 51.6.

Questi dati dimostrano che per raggiungere il traguardo di una piena cittadinanza femminile non solo dobbiamo fare ancora molta strada, ma dovremmo anche provare ad invertire qualche rotta ed inventare percorsi nuovi. Ad esempio, bisognerebbe provare a dire che i parametri sociali, l’investimento in capitale umano, il rilancio di un modello sociale europeo aggiornato e moderno sono fattori di crescita e non di appesantimento dei bilanci pubblici.

Come ha sostenuto Chiara Saraceno in un articolo di qualche giorno fa, si potrebbe fare in modo di far rientrare a pieno titolo nelle negoziazioni sul patto di stabilità e il pareggio di bilancio “le politiche di investimento e valorizzazione del capitale umano: istruzione, salute, strumenti di conciliazione tra famiglia e lavoro…”

In tante, provenienti da tutta Europa, parteciperemo alle giornate organizzate dalle donne del Pes: manifesteremo, aderendo alla campagna contro il gender pay gap e per l’eguaglianza retributiva (una donna, in media, deve lavorare 59 giorni più di un uomo per ottenere, a parità di mansioni, lo stesso compenso), discuteremo di lavoro, politiche di contrasto alla violenza e di diritto alla salute riproduttiva, appoggiando la protesta delle donne spagnole contro una legge che ricaccia, di fatto, nella clandestinità l’interruzione di gravidanza.

Sarà l’occasione per impostare il nostro discorso sull’Europa e per provare a costruire una risposta alla pericolosa crisi di fiducia e di legittimità di cui soffrono le istituzioni democratiche.

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camusso e bersani a napoli 18 febbraio 2012 dalle donne democrartiche
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2 assessore puglia napoli
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3 delegazione veneto napoli
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4 sottosegretario napoli
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