Non solo quote. Per la piena cittadinanza

agostini robertaReport del tavolo "non solo quote: la piena cittadinanza" nell’ambito del Seminario del 5/6 settembre a Milano  “Il PD riparte dal PD. di Roberta Agostini

Il tema di fondo discusso nel gruppo di lavoro è stato quello relativo agli strumenti necessari per assicurare la piena partecipazione politica delle donne e se e come un luogo organizzato di donne come la conferenza possa rappresentare uno strumento efficace rispetto a questo scopo, anche in relazione ad un contesto molto cambiato dagli anni in cui abbiamo approvato lo statuto. 

Una discussione che abbiamo avviato da qualche tempo anche in vista della partenza del rinnovo degli organismi della conferenza che avverrà in autunno (a luglio abbiamo approvato il regolamento).
Nella discussione anche ieri è emerso con nettezza che un luogo serve non solo alle donne ma al Pd e alla definizione del suo profilo e della sua offerta politica.
Se il Pd vuole essere il partito che combatte diseguaglianze e discriminazioni, allora è indispensabile il contributo di un punto di vista e di un luogo di confronto delle donne.
Siamo in una fase nuova, nella quale grazie alle regole che ci siamo dati e grazie ad una battaglia che tante di noi hanno fatto dentro e fuori il pd, le donne ci sono. Ci sono nel governo paritario, nel parlamento più rosa della storia della repubblica, nei consigli comunali, nelle giunte, nei cda delle aziende quotate grazie ad alcune buone leggi che stanno cominciando a dare i loro frutti.
Democrazia paritaria è stata la nostra parola d'ordine, che ha caratterizzato l'orientamento di fondo dello Statuto, fissando l'obiettivo della parità negli organismi dirigenti e in tutti i luoghi dove si decide.
Ora ci siamo. Ma attenzione a due questioni: la prima è che si tratta di una conquista fragile perché appena le regole non ci sono o non c'è una politica forte in grado di battersi per quell'obiettivo, si torna indietro o non si va avanti. Quello che è accaduto in tante regioni italiane è significativo.
La seconda: rischia di aprirsi una forbice ed una contraddizione evidente tra la presenza di tante donne nei luoghi della decisione e l'efficacia delle politiche di contrasto alle disuguaglianze tra uomini e donne, politiche verso le quali c'è stata e c'è una grandissima aspettativa da parte delle donne italiane che, non dimentichiamocelo, sono state protagoniste di una fase di chiusura con il berlusconismo anche occupando le piazze come non si vedeva da tempo.
In questi 2 anni e mezzo di governo abbiamo fatto indubbiamente cose importanti: approvazione convenzione di Istanbul, la prima vera strategia europea contro la violenza, regole per la parità nella legge elettorale e nella riforma costituzionale, alcune misure utili contenute in provvedimenti diversi, dal jobs act alla riforma Pa, per la conciliazione ed il sostegno alla maternità (ancora troppo poco per la paternità!). È di ieri la notizia della reintroduzione di norme efficaci contro le dimissioni in bianco. Di sicuro un lavoro impegnativo.
Però rimane la constatazione che possiamo e dobbiamo fare molto di più, con un'azione più innovativa, strategica e di sistema di fronte alla gravità e alla complessità della situazione delle donne italiane, che è tra le peggiori in Europa: una disoccupazione femminile che al sud assume i connotati di una segregazione e che si correla con un fenomeno che lo Svimez chiama "tsunami demografico"; un gender pay gap per pensioni e retribuzioni insostenibile, che spinge tante donne nell'area della povertà, il fatto che 1 donna su 4 lascia il lavoro alla nascita del primo figlio denuncia se ce ne fosse bisogno la debolezza del nostro sistema di welfare soprattutto in alcune aree del paese.
Non è questa la sede per ragionare a fondo sulle proposte: dico solo che c'è bisogno di affrontare queste emergenze come questioni strutturali che impediscono lo sviluppo del paese. E che da questo punto di vista non aiuta l'assenza di un ministro delle pari opportunità, anzi è un problema e costituisce un arretramento.
Cosa c'entra tutto questo con la questione del partito?
C'entra, perché io credo che più di ogni altra cosa noi abbiamo bisogno di elaborazione politica, cultura, progetto. Ed anzi, ieri abbiamo detto di più: che se insieme alle regole e alle norme non facciamo camminare le idee ed i luoghi dove costruiamo elaborazione e forza femminile, le quote diventano sempre più occasione di cooptazione e non affermazione di sé da parte delle donne.
Le grandi riforme delle donne che hanno cambiato il paese - per citarne alcune: diritto di famiglia, aborto, divorzio, fino alle leggi contro la violenza - sono state l'esito di un movimento collettivo e di un confronto tra punti di vista e culture diverse, che hanno condotto una battaglia comune costruendo un'alleanza che ha cambiato il senso comune del paese.
Allora il tema del partito è il tema della partecipazione democratica alle scelte, della costruzione di una cultura politica in grado di offrire una traiettoria, un senso, un progetto, che tenga insieme la dimensione individuale e quella collettiva.
Se rinunciamo a reinventare le forme della partecipazione, che oggi sono in discussione, la politica diventa un'altra cosa: tecnica, oligarchia, cesarismo.
Una politica che cambia le cose e non è semplice carta assorbente degli interessi è una politica che si pone il tema della partecipazione democratica alle scelte.
Nella discussione di ieri abbiamo ribadito alcuni punti fermi e tematizzato alcuni problemi: il luogo delle donne come luogo scelto, a cui si aderisce volontariamente, aperto anche alle realtà più esterne e alle non iscritte; un luogo non separato ma autonomo in cui le portavoci sono scelte dalle donne ai diversi livelli territoriali e in quello nazionale e che costruisce, anche in virtù di questa autonomia, una sua soggettività e un suo profilo che è fattore di ricchezza per tutto il pd.
E poi ci sono questioni aperte, sulle quali cercare ancora: come vive l'autonomia nel contesto di un partito plurale, nel quale le donne finalmente cominciano ad esserci a tutti i livelli? Come si incrocia l'elaborazione, la proposta politica di questo luogo con l'offerta politica del pd? Da questo punto di vista in tante hanno rivendicato con forza la necessità che la coordinatrice delle donne sia (almeno invitata!) nelle segreterie a tutti i livelli, territoriali e nazionale.
E poi il tema del radicamento territoriale, del coinvolgimento di tante donne, dentro e fuori il pd, del ruolo delle iscritte nella valorizzazione delle forze in una rete flessibile, orizzontale e verticale. E ancora quello del rapporto con le giovani generazioni e della formazione, rispetto al quale lavorare con maggiore sistematicità (anche con la fondazione Nilde Jotti).
Quella delle donne è stata una delle culture fondative del Pd, abbiamo avuto questa ambizione.
Oltre ai temi di discussione, vorrei rendere conto dei sentimenti che hanno attraversato ieri il gruppo, il primo dei quali è stato il coraggio di fronte alle sfide nuove che abbiamo di fronte: quelle poste dai diritti umani delle donne nel mondo, della lotta contro le diseguaglianze e la povertà.
Coraggio nel rideclinare parole che devono essere ri-significate nella crisi che stiamo vivendo e dopo anni di berlusconismo: libertà, eguaglianza, responsabilità, dignità.
Coraggio nel rispondere in maniera moderna e avanzata alle domande di diritti e libertà delle donne e degli uomini, di lottare contro pregiudizi, stereotipi, discriminazioni.
Il partito può essere certamente il luogo di selezione delle classi dirigenti (della contendibilità, come si usa dire) dell'amministrazione, possibilmente buona, del presente, dell'organizzazione delle primarie...ma se non è anche il luogo che produce partecipazione democratica, orientamento politico, cultura e forza di cambiamento, allora è la democrazia che va in crisi.
E di questo modello di partito, come comunità, vorremmo essere protagoniste.

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camusso e bersani a napoli 18 febbraio 2012 dalle donne democrartiche
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